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Antologia Letteraria > Da Conchiglie per una Signora
Elogio della ricchezza
A l b a
Davanti al mare, aspetto compagnia, dobbiamo uscire per la pesca, è ancora buio, dietro case e Vesuvio si stende un blu cobalto che ancora non rischiara, le luci gialle delle strade resistono nella loro boccia d’ambra, una leggera controluce disegna contorni a me noti, ecco un paesaggio incantato, si sente lo scivolare quieto di barca ancor più mattiniera di noi, un leggero vento di levante porta odori di legname dai cantieri, ancora più in alto ombre, sono i segatori della strada di Calastro, uno sopra e uno sotto, gli artefici di un patrimonio, sono usciti con la sacca di tela, u giarro e a bottiglièlla, sento odore di caffè. L’uomo venuto da mari lontani portava sempre il caffè, crudo. Talvolta si inorgogliva portando un barattolo con disegni di medaglie e bandiere, giallo oro, con la scritta Gold Medal, chiusura ermetica, all’apertura era un trionfo, era finito il tempo dei cuppetielli grandi poco più di un dito con acini di caffè abbrustoliti, comprati per le grandi occasioni, a volte macinati e mescolati con altri cereali. Il segatore ritto sul tronco mette orecchio per sentire se compagni giù verso la spiaggia della Scala sono anch’essi al lavoro, così preciso nel cuore degli alberi, a sera residui di legna o segatura un dono della fatica. Il cielo comincia a farsi translucido, siamo fuori del porto, ecco tutta la città davanti a noi che quasi sorge dalla lava e dall’acqua, quella che fecero grande naviganti e armatori ed ora alla deriva nel suo stesso mare.
I segatori erano soltanto una idea, la città ormai è una idea.
G i o r n o
Era accaduto la notte del 15 giugno 1794, era domenica. Il Vesuvio aveva coperto mezza città con la lava di fuoco. Aspettarono che si raffreddasse, per poi scendere nelle caverne, cercare ciò che era rimasto. Non si persero d’animo, progettarono, costruirono, corallari e armatori grandi e piccoli fecero elevare palazzi in bella forma, chiamarono decoratori eccellenti, in meno di un secolo la città ebbe la sua fotografia d’autore, trovò posti d’onore dovunque, e nel cuore di quanti venivano a trovarci.
In qualcuno di quei palazzi siamo tornati da scuola correndo, il nastro al nostro colletto cambiava colore ogni anno fino a divenire tricolore, alle nostre spalle era una scia d’arcobaleno, sentivamo per le scale il ticchettìo frenetico delle macchine per cucire, le donne erano intente a rammendare vesti sdrucite, qualcuna cantava, qualche altra sognava, un’altra ricamava.
Con certi amici, come me curiosi di pietre e di storia, andiamo talvolta per palazzi e androni e strade, le decorazioni e i fregi raccontano di quelli che diedero un volto ad una città, seppur piccola, pregna di fermenti, operosa e tranquilla, sulla quale si sarebbe dovuto mettere un velo per proteggerla dalla corruzione estetica, e non solo. C’è chi fotografa qualcosa che è rimasto, finanche battenti di portoni, inferriate, o paracarri o edicole votive cieche.
Siamo andati e siamo tornati. Qualcosa sparisce, ogni tanto. Ogni volta, però, scopriamo qualche antico vezzo che poi portiamo a casa nella nostra tasca-cuore.
Così siamo diventati ricchi anche noi.
C r e p u s c o l o
L’ora che segna sereni ritorni dalla campagna è questa, quando dietro la collina di Posillipo infuriano tutti i colori del tramonto. Torniamo verso la città portandoci dietro un fondale che è già azzurro, come caricato alle spalle, come una scena alla parete di un fotografo. Dalla campagna, dicevo, tornare rasentando muri inebriati degli ultimi colori del giorno, i pini nel gioco delle prospettive per il nostro cammino sembrano seguirci o intrecciarsi, come in un ballo da minuetto, le ville catturano ultimi sprazzi dorati sulle loro superfici ben modulate e senza pretese. Una mostra che ho visto, a Pordenone e Udine alla fine di quest’anno, era dedicata ad Afro, come firmava, Afro Basaldella e i suoi contemporanei, cioè tutto il novecento italiano, tutti i grandi. Su due piccoli cataloghi, di quelli che danno insieme al biglietto d’ingresso, trovo insieme a tre o quattro quadri un’opera dal titolo Torre del Greco,
un’opera informale. Forse venne qui, per far visita a Guttuso o Angioletti, oppure fu ospite della marchesa De Cillis o di Clotilde Marghieri. In quella parte della città, oltre i Camaldoli, spirava una volta aria di cultura alta.
Altri meglio di me di quel tempo ricco sanno dire.
N o t t e
Qualcuno ha trovato una terra dove andare, ci è andato. Abbiamo visto qualcuno che è tornato, aveva qualche storia da raccontare e l’ha raccontata, ci siamo sentiti talvolta piccole piante chiuse per tutta una vita in un giardino comunale, o piante di serra non vendute, ecco siamo rimasti qui, con le nostre radici sempre più secche, avvelenate dalla gramigna con i mattoni delle aiuole che sprofondavano sempre di più sulla terra che ci custodiva. Ora siamo qui, arrotoliamo parole su parole, certi signori se ne sono andati, gli intellettuali si mettono a giocare come i giornalisti veri.
A notte fonda vado a casa prima io vai a casa prima tu, non volevamo lasciarci mai avendo sempre un’ultima cosa da dire, non avevamo timori per la strada, ci promisero una bella città, ecco come l’abbiamo, l’abbiamo. Poi piangono anche da queste colonne che persone di cultura li hanno abbandonati, mentre loro li hanno esclusi preferendo falsi artisti, falsi intellettuali ma grandi giocolieri. Abbiamo l’aria di quelli che hanno altre terre dove andare. Un taglio di luna ci accompagna.
Pochi soldi in tasca, la moneta che brilla e suona.