Ciro Adrian Ciavolino


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Infanti,tram,cavalli,fontane

Antologia Letteraria > Da Conchiglie per una Signora

















Sta funtanella,
ca mena a tantu tiempo ll’acqua chiara,
ha fatto ‘a cchiù ‘e nu sèculo ‘a cummara:
piccerenella,
venette ‘a nonna a bevere, e ce steva
nu figliulillo, a ll’ombra, che ‘a vedeva…
E, all’ombra, tutt’e duje
accumminciajeno a se parlà cu ‘o “vuie”…
po’ ognuno ‘e lloro se parlaje cu ‘o “ttu”…
E, sempe compiacente…
sti ffronne, allegramente,
facevano ciù-ciù…
E. A. Mario: Funtana all’ombra - 1912


I n f a n t i, t r a m, c a v a l l i, f o n t a n e





Gentile Signora,
mia madre rimase incinta ch’era primavera, sotto un’eclisse di luna. Aspettai quasi la fine dell’anno per affacciarmi, ultimo e definitivo, da quelle viscere esauste di una dozzina di gravidanze poco ripagate. Nascendo senza speranze, sopravvissi chissà come e perché, e fui l’ultimo dei quattro suoi figli scampati ad un erodiano flagello. Morivano più bambini che altri, i vecchi, riuscendovi, erano eterni. Ero piccolo e magro, mio padre dovette attardarsi poco alle sue serali urgenze oppure s’era proprio esaurito. Fui presentato spesso come ‘a rattatura, come si diceva, il residuo recuperato da una impastata di pane nella martulella, la piccola madia della nostra casa. Guardandola, cercavo sul fondo la materia che mi avrebbe formato, vissi per anni in questa dolorosa inquietudine. Il tempo era quello, il tram sferragliava sulle rotaie ed emetteva gemiti come un parto girando sulla curva di ncoppavvuardia, doglie di mia madre e primo vagito si mischiarono a quelli nell’aria fredda e secca di un malinconico saturnino ventotto dicembre. Pensarono, morirà anche questo. Succhiavo da mammelle inesauribili, a quel tempo mia madre era capace di offrire latte anche al figlioletto della sua cara amica della porta affianco, avrebbe potuto allattare tutto il quartiere, era come Artemide Eresia al Museo Nazionale di Napoli, statua adorna di un grappolo di mammelle. A due anni riuscirono a staccarmi da quella fonte della salute, un seno senza fine, gloria della maternità e della mia sopravvivenza. Cominciai a guardare presto piccoli carri bianchi passare con rassegnata scorta in mezzo a San Gaetano, i cavalli portavano sulla fronte una piuma bianca, andavano lenti al camposanto, molti erano poveri ed andavano con l’ammore ‘i Dio, era il carro comunale. Nella strada silenziosa il passo dei cavalli rintronava e si confondeva con quello degli zoccoli delle donne che s’andavano appostando ad una schiera di dieci vicoli, cercavano il momento giusto per svuotare guantiere piene di confetti e petali di fiori strappati ai nostri giardini. Il tram si fermava per un momento.

Quel tram che guaiva alla curva continuò a passare per alcuni anni. Di mattina presto uomini con abiti sommari e con un involto di carta di giornale, un pezzo di pane con resti di cena o una sbrigativa frittata, salivano su un tram a due vagoni, con una scritta enorme, 55, una specie di diadema come quello dei cavalli con la piuma in fronte. La classe operaia costava poco, sbalzellava sui binari e scuoteva gli assonnati viaggiatori per accertarsi che non sbagliassero fermate, taluni dovevano scendere a Portici in Piazza San Ciro per una coincidenza verso altre strade e paesi.
La nostra città era un capolinea, per andare verso Torre Annunziata bisognava trovar posto su un carretto trainato da un cavallo, era lo sciaraballo, approssimativa omofonia al francese char à bancs, sulla Strada Regia del Purgatorio dagli zoccoli saettavano scintille, ci portava su una silente strada provinciale segnata da giallo stopposo sterco di equestri residui, dai cigli della strada occhieggiavano luminose pietre miliari con cifre incise e smaltate di nero, ad una ad una scomparse. I più ricchi si servivano di carrozzelle, un nero mantice cadeva sulle loro teste come un regale baldacchino. La carrozzella era veloce e leggera come una libellula, il cocchiere disegnava nell’aria sonori arabeschi come se avesse davanti un pentagramma, sorpassava grigi modesti somari bastonati sotto carrettelle gravide di varia mercanzia, parlava al suo cavallo che aveva un nome, se femmina inevitabilmente si chiamava Caterina, quattro sillabe potevano meglio giungere a quelle orecchie tormentate dalle mosche, che noi chiamavamo appunto mosche cavalline, affezionate al proprio quadrupede, da quello ci campavano parecchie stagioni.

Passavano ciclisti per la Festa della Madonna della Neve, le ruote delle loro biciclette erano infiocchettate da fiori di carta, giravano giravano mischiando e annullando i colori, andavano verso quella strada dove andavano i cavalli, salutavano i compaesani dell’Epitaffio, di Santa Maria La Bruna, di Leopardi, salutavano carri e carrozze cha alla Festa andavano il ventidue di ottobre in un trionfo di colori, di capiparanze, masti e maeste. Dopo la processione e una buona tavolata non mancavano gare di velocità e di abilità, patuti di calessi si esibivano in una arretenata, talvolta all’angolo della strada carrozze frantumate e cocchieri feriti cominciavano a divenire quadretti di ex voto per la Madonna dell’Arco o della Madonna di Pompei. Tornavano verso Napoli cabriolet pieni di donne ‘ncannaccate di tutta la gioielleria che potessero ostentare, suonavano tammorre, i loro larghi sorrisi si aprivano su guance rosse e capelli neri.

Signora, se con me verrà un giorno sugli itinerari dei pellegrinaggi, potrà vedere lungo le larghe strade della nostra terra aperte dai Borbone bellissime fontane bianche costruite con pietra staccata dalle cave casertane. A quelle fontane del regno perduto s’abbeverarono francesi, inglesi, garibaldini, piemontesi, viandanti e carrettieri, cavalli e ciclisti, e forse anche mia madre e mia nonna, quando andavano alla Madonna Liberatrice dai Flagelli o a Montevergine per un voto a Mamma Schiavona. A quelle fonti, circondate da alberi dispensatori di ombra e di quiete, donne trovarono amore. E’ancora in tempo per venire, Signora. Lei non mi troverebbe se fosse passato Erode anche per me, e si sarebbe risparmiata questa e altre lettere, io avrei risparmiato altri tipi di turbamenti a persone che so. Mi sopporti ancora per pochi mesi, all’affacciarsi dell’estate ci scambieremo saluti e baci augurali, quando il sole rimane sospeso per molte ore dalle parti di Posillipo.
Felici giorni, Signora.

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Edited by Alfredo Perillo