Ciro Adrian Ciavolino


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Luna Marinara

Antologia Letteraria > Da Conchiglie per una Signora












Luna marinara, l’amore è dolce
se non s’impara, se si dice ma…
Se la bocca ignara con l’altra bocca
che l’è più cara baci non si dà.
raccontalo al mondo che cosa è l’amore,
fa che fremente ogni cuore si stringa ad un cuor.
Luna marinara, l’amore è dolce
se non s’impara, se si dice ma…
Che notte d’ incanto,

sopra i giardini in fiore piove argento.
Azzurro il mare, e di cobalto
il manto del firmamento…
M. Simonini - M. Bonagura: Luna marinara - 1942



L u n a m a r i n a r a






Gentile Signora,

i colori possono rincorrersi, o mostrarsi come donne agli usci sulle strade, mischiarsi con le stagioni, o con la trementina, non importa, i colori accompagnano il nostro respiro, e raccontano le loro e le nostre storie. Un bambino rincorre il vento con una girandola a due sole ali, la palomma, ritagliata nel cartone e infilzata con un chiodino in una asticella di legno, asciuga sudori promiscui raccolti nei terzi posti del Cinema Iris. Uscendo dal bianco e nero, ecco l’azzurro, è ancora giorno, c’è rimasto qualche soldo in tasca, possiamo comprare rusicarielli. La sirena d’allarme aereo dalla cima del campanile rosso urla affasciando le case e le cime degli alberi, i piccioni fuggono dalle cimase, dobbiamo infilarci nel cuore vuoto del nostro paese. Qualcuno ha inciso il suo nome sulla roccia, un altro scopre un focolare schiacciato da antiche lave eruttive. Le donne recitano il Santo Rosario. Mi trovo un giaciglio.
E’ il millenovecentoquarantadue.


Azzurro d’oltremare – esterno giorno

Gli scogli sono neri, dentro le calafogne di mille colori il granchio solitario s’inventa un percorso, ha occhi pungenti e ci sfugge. Sui massi scolpiti dalla nostra montagna abbiamo atteso l’arrivo dei ragazzi delle colonie estive, si muovono a gruppi composti, un uomo e una donna col fischietto comandano la discesa nel breve mare della Spiaggia del Cavaliere, e il ritorno alla riva, alcuni chiudono con le dita la forma di un cuore sul petto, si lanciano su un cumulo di sabbia nera e lo stampano, altri non si dividono dalla nzerta di sughero che li cinge. Scende un corteo di giovani preti dalle scale sotto i bastioni della ferrovia, passano treni con ragazze ai finestrini che concedono capelli al vento e salutano. Arriva il maestrale a mezzogiorno, prima leggero poi sempre più forte, le onde cominciano a scavalcare la scogliera, l’acqua che scivola scrosciando fa fuggire il granchio che tenta di raccogliere cibo nuovo, andiamo. E andiamo, allora.
Così quasi nudi tornavamo a casa, saltando binari che sembravano muoversi in lontananza per il calore che saliva dalla massicciata, lasciando alle spalle la croce di legno girevole che significava attenti—passaggio—incustodito, cigolava con un lamento come se provenisse dalle tombe del vicino cimitero. I nostri passi scalzi cercavano una striscia d’ombra sotto le rare case, la lunga strada biancheggiante di sole offriva un’unica speranza d’azzurro, era la tenda di Gildarella dove il buonuomo in canottiera bianca, nella quale si impettiva per soddisfare la sua natura femminile, grattava ghiaccio che colorava di rosso di verde di giallo di viola, eccolo, è il cazzabbocchio, il trionfo nel quale succhiavamo tutti i colori della nostra vita, l’azzurro della nostra estate, e tutta la nostra villeggiatura.


Azzurro di cobalto – interno giorno

La tavola era rotonda, di legno scuro. Traballava. Sulla tovaglia bianca una bottiglia tradiva un infedele vino rosso tendente all’indaco, mi riusciva di pensare a colori. Era domenica e si mangiava tardi, la finestra era aperta e ci raggiungeva tutto l’azzurro che poteva raggiungerci, potevamo catturarlo, cielo o mare o Faito, era lì che si intratteneva. Ce ne portavamo anche dai terrazzi, una mattinata di cupola azzurra ci aveva coperti mentre cercavamo di fare solletico a qualche nuvola mandando nell’aria aquiloni, che per divina ispirazione chiamammo comete, ci eravamo adeguati al nostro naturale planetario. La cometa trovava posto sotto il suo inaccessibile hangar, sotto il letto, scontrandosi con la polvere che vi ristagnava. Spesso il vino non bastava, non eravamo a Cana, per questo i cantinieri non chiudevano, conoscevano la storia, dovevo scendere per comprarne altro.
Mio padre un poco fatto a vino, segnato di rughe nella faccia ormai lontana da quella del suo grande ritratto giovanile collocato sullo stipite della porta della cucina, si inoltrava in un esiguo repertorio di canzoni piene di passione, tanta ne aveva, a mia madre aveva gonfiato dodici volte la pancia. Io fui l’ultima espressione filiale di quella martoriata donna, ma mi amò più di tutti. Ed ecco l’apoteosi della domenica, la voce di Carlo Buti. Per intercessione di un disco grande e pesante, nell’inevitabile fruscìo di puntine esauste, correvano nella piccola casa le note dolcissime di Luna marinara. Era lì tutto il nostro orgoglio, nella radio a grammofono. Cominciava a farsi sera.


Azzurro di Prussia – interno esterno notte

Sulle teste ci volavano pipistrelli, l’uomo che aveva una frusta per il cavallo cercava di colpirli, a volte ci riusciva. Gli schiocchi rintronavano sotto l’arco di Vico del Pozzo, i volatili uscivano sulla strada graffiando il cielo già segnato dalle dritte righe nere dei fili del tram che sferragliava per le ultime corse della sera, qualcuno viaggiava verso Napoli dopo aver mangiato, bevuto e fatto altro con la sua commara, le aveva messo casa in uno dei vicoli nostri. Non sospettava di lei, ma da lì a qualche ora, quando l’azzurro si sarebbe tramutato in una coltre scura e pesante, la donna si sarebbe avvicinata ai vetri del balcone ad aspettare, per ricevere e donare più soddisfacenti attenzioni nel suo talamo, qualche altro compare il quale avrebbe goduto di meno frettolosi, avvinazzati e faticosi amplessi come quelli pomeridiani.
Uomini melanconici si intrattenevano in un blocco di fumo, di tossi invincibili e flatulenze varie nei chiassosi caffè dove imperava un glossario infinito di bestemmie dopo ogni passata di tressette. Erano pressoché tutti sfiduciati di compagni al gioco, quasi sempre disistimati, credendo ognuno di essere il miglior giocatore di carte dall’Unità d’Italia sino ad allora. Uscivano all’aria fresca della strada con gli occhi quasi penduli dalle orbite, ritrovando il necessario ossigeno per non morire asfissiati, e discutendo per la strade degli alluoggi, delle pigliate sbagliate, miette ‘a bona, so’ chiormo e a tengo pe’ tte, e di tutti i malintesi della serata. Mentre s’udivano passi di qualcuno che rincasava accompagnandosi con una pila tascabile cantando più per paura che per amore Rosamunda, Ma l’amore no, o Lilì Marleen, si avviavano in una delle tante cantine di questo paese dove avrebbero affogato nel presunto Aglianico o Gragnano le loro passioni inappagate, le loro corna, e la propria solitudine.

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Edited by Alfredo Perillo