Ciro Adrian Ciavolino


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Maggio, maggio

Antologia Letteraria > Da Conchiglie per una Signora




Maggio, maggio



Maggio chiude le porte all'inverno che si č portato troppo avanti, sino ad aprile, maggio ci ha illusi di una primavera sfuggente, che ha fatto la 'nguattarella agli angoli delle strade, oggi č il primo giorno di giugno e piove, timide ginestre s'affacciano ai cancelli della scuola in via Veneto, si vergognano di essere in una prigione di cittą, un petalo mi cade nella mano, ora vado lontano, dove le ginestre vivono la loro terra, lontano, attraversando il fiume della nostra vita, vado al di lą del fiume, un fiume di parole, quando si parlava della terra, un piccolo podere ai Camaldoli era la terra, andiamo 'ncoppa 'a terra, č primavera. Sapevamo camminare sottobraccio, tutti, per Via del Monte, raramente dovevi spostarti in una rientranza dei muri di cinta che costeggiano la strada, non passava di lģ che qualche carretto, se un carretto passava, o un contadino con una sporta sulla testa, ritto come un telamone, una cariatide vivente, col suo incedere dondolante, il passo memore di ogni punto dei bąsoli antichi che calpestava, un equilibrio come una danza di satiro, come le figurine dei vasi greci trovati sulle spiagge del Cilento, o sotto la cenere dell'eruzione vesuviana del settantanove, nulla era cambiato nel disegno di quelle figure senza tempo, la fissitą dei loro sguardi si fermava nei nostri occhi.
Salire ancora, ancora, ecco siamo arrivati, questa č la nostra terra.
La giara, o giarra, č un recipiente grande, ma noi chiamiamo giarra una brocca. Ma tant'č, noi diciamo ancora giarra, ci piace dire giarra. Era pronta piena di vino rosso sul tavolo di legno sfatto sotto il pergolato, benvenuti, poggiate pure qui la chianella di pesci e i frutti di mare, il fuoco č gią acceso nel focolare, mangeremo all'aperto, la giornata č bella. Sotto il pergolato il sole a frammenti si divertiva su di noi, sulle nostre guance giocava una tavolozza di luce ed ombra, il cane abbaiava di questa presenza inaspettata, i gatti erano straniti, le galline ci ignoravano, mentre da lontano giungeva ogni tanto il fruscģo di rare automobili o di camion sull'autostrada, il treno con i colori pompeiani mandava segni del suo passaggio, la chiesa del colle dei Camaldoli dormiva nel suo silenzio, il mare mandava brividi luminescenti, non lesinava una brezza che riusciva ad attraversare tutta la cittą e venire fin qui, sfaldandosi e ammorbidendosi sui grandi guanciali delle pinete.
Eravamo in campagna, eravamo veramente in campagna.
Ed era primavera.
Le ginestre non erano prigioniere, come in pena dietro le cancellate di via Veneto; ci prestavano attenzione, piene di dignitą, non erano meste come quelle dietro le sbarre, mi convincevo che erano lģ ad aspettarci, e si sentiva un cigolģo di catena, il secchio saliva dal pozzo per rifornire le bacinelle preparate per sciacquarci la faccia, avrei potuto attingere acqua per i loro gialli capricci, coglierne steli, agghindare i capelli delle giovani donne che cominciavamo a guardare con occhi concupiscenti, maliziosamente soffermandoci sulle mollezze dei loro fianchi generosi, sulle volute delle loro ginocchia, sui rossori delle loro gote, mentre sul tavolo si aprivano le mappate, il trionfo del nostro mare si sposava alle ceste di fave e alla sperlunga piena di fette di prosciutto, ci sarebbe voluto soltanto una fervida tavolozza, di Irolli o di Migliaro, o meglio di Giovan Battista Ruoppolo, chi pił di lui tanta dovizia avrebbe potuto esaltare, la nostra in quelle primavere era una festa di colori, di amori, di innocenza.
Sono un uomo di terra e di mare, sono anch'io poeta e contadino, sono anche marinaio senza poesia di mille porti sognati, non so dove voltarmi, se amare una Driade o una Nereide, dovrei pur decidermi un giorno, sapere dove andare. E mi domando chi sono io se vengo dal mare, e volgo uno sguardo alla campagna, se la attraverso fuggevolmente nella mia carrozza di metallo, e mi colgono non pennellate di ginestre, ma lividi riflessi di rilucenti teli di plastica che avvolgono e fasciano quei pezzi di vita che era la mia terra, ora non mi porta se non un pensiero nebuloso, mi tradisce in questo piovoso primo giorno di giugno, non mi dona la primavera, ma un petalo soltanto di una ginestra che s'affaccia alle inferriate della scuola elementare di Via Veneto, come in prigione.
Mi accompagno a un ombrello.
Piove.


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Edited by Alfredo Perillo