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Antologia Letteraria > Da Conchiglie per una Signora
Zitta,
stanotte nun dicere niente,
cademe ‘mbraccia, ma senza parlà…
Dòrmeno ‘e ccose nu suonno lucente…
Nu suonno ‘e ‘na notte d’està…
Marì,
dint’o silenzio,
silenzio cantatore,
nun te dico parole d’ammore,
ma t’e ddice stu mare pe’ me!...
Bovio - Lama: Silenzio cantatore - 1922
S i l e n z i
Gentile Signora,
io sono mattiniero come tutti quelli che trovano all’alba capelli sul cuscino e nel pettine, e grigi. Sono uno di quelli che s’accorgono di un uccello felice che all’alba già canta all’angolo del balcone, sono uno di quelli che la mattina arrivano all’edicola prima dei giornali, e c’è ancora quiete per la strada, ecco, Signora, siamo quelli che possono ancora scoprire angoli di silenzio. Aiutato anche dalla sordità che avanza, avverto vacuità d’acquario, nel quale mi pare d’essere immerso, come quando sfidavamo il tempo e il respiro sotto le onde per scoprire i colori delle scogliere, delle alghe, chiudere nel pugno sabbia per mostrare, risalendo, d’essere giunti sul fondo. Tempo dopo ecco altri silenzi marini sui quali si appuntano tragitti di stelle, ecco le notti sulle dighe accarezzate da un timido sciabordio d’acqua lamentosa, mentre un arco si descrive lucente nel sibilo della lenza lanciata lontano, ecco il tocco sull’acqua del piombo ad oliva che rompe a cerchio il silenzio, il vivido bagliore della torcia elettrica indaga le mura di basalto del molo ancora caldo di tramonto, pelle grigia che invecchia e si sfalda, si avvertono passi senza sospetti di altri viaggiatori sulle scogliere, come uccelli notturni saltellanti, o raggomitolati, il rosso intenso di fuoco di una sigaretta disegna simboli incrociandoli nel fugace segno di una stella cadente.
La spigola guizzò, rientrò nell’acqua, riemerse, divenne più docile, un ultimo sobbalzo, squarciò la quiete vergine di una notte senza un alito di vento. Ecco un rumore gonfio di umidità, è il coperchio del cesto che cade trionfante sulla verginità violata, le viscere fiondano le fasce intrecciate di quella caverna di scorze di legno, sono le inferriate del suo grumoso mausoleo di vecchio fogliame, si rassegna alle branchie che s’allargano sfinite premendo se stessa sull’ultimo impossibile respiro d’aria, le luci di via Calastro accompagnano il funebre attimo, mentre poco lontano compagni di pesca commentano i segnali della mia notte brava nell’argento di squame nelle mani che sciacquo nei brividi scuri dell’acqua stagnante sotto gli scogli della cala, che comincia a ravvivarsi di pescatori che tornano da una notte di lampare.
Di fronte, Portosalvo é una nave ormeggiata.
Rimanemmo qualche sera sulla loggia di pietra nera a cercare l’Orsa Minore, l’Orsa Maggiore, la Stella Polare, il gatto esponeva smeraldini d’occhi per sue cacce notturne, qualcuno rincasava cantando Solo me ne vò per la città, passo tra la folla che non sa, che non vede il mio dolore, pensando te, sognando te che più non ho…Aveva forse davvero cercato gli occhi dell’amata, tra quelli delle ragazze che uscivano dal Cinema Iris sgambettando sulle scarpe ortopediche, malinconicamente andava verso casa, i lampioni oscillavano con lamenti ferrosi per il vento che si innervava nell’intrico dei vicoli, sbatteva, apriva e chiudeva un ventaglio la luce, l’ombra sui muri grigi e azzurri si allungava e si accorciava, l’uomo stringeva coi pugni nelle tasche la sua sera senza colore d’amore, alzava il bavero della giacca per ritrovare i suoi pensieri, il passo lento accennò a un momento di tip-tap, aveva visto Fred Astaire e Ginger Rogers inSeguendo la flotta, pensò di comprare brillantina solida per far luccicare i capelli lisci, e lucido Brill per le scarpe, lui la chiamava cummatina, ma la domenica mattina andava in Piazza Santa Croce, si sedeva su un trono di legno e il lustrascarpe ravvivava i suoi mocassini col tacco alla tirolese, batteva la mano sulla cassetta a fine opera, gli uccelli tra i lecci a quel sordo rumore fuggivano frusciando sul tetto della Chiesa dell’Assunta, l’uomo felice delle scarpe lucidate inclinava la testa e si guardava in petto, ostentava al taschino un fazzoletto bianco e la clip della penna stilografica a spirale Waterman.
Era placcata d’oro.
La signora Rosa ha una radio piccola. Quando era raro avere una radio piccola. Lei ha una radio piccola, è verde, di galalite. La radio piccola è un gioiello che chiedo in prestito, perché non ho una radio, neanche grande. Il suono non è molto chiaro, è una radio piccola, ed è di galalite verde, è leggera. Come sono le radio piccole. La radio piccola è come un gatto, è calda. E’ a corrente, la presa è vicina, posso ascoltare la radio piccola tenendola quasi all’orecchio, a volume basso le voci sono più intime. Posso ascoltare l’Arlesiana o Rigoletto. Oppure La foresta pietrificata di Sherwood. La notte è silenziosa, rotta dalle timide voci della radio piccola che s’acquieta come un gatto sul risvolto del lenzuolo, aspetto una conversazione di mezzanotte di Francesco Carnelutti, Si fa sera. Mi licenziano con un pensiero notturno e non parlano più. La radio piccola ha un paio di manopole, giro per il mondo, sento voci incomprensibili, molte musiche e voci arabe, o d’altre lingue, non so cosa dicono e non so perché arrivano fin qui anche dentro una radio piccola, e verde. Ma questo non c’entra, sarebbero arrivate anche se fosse stata nera o rossa.
Non ho neanche sedici anni, mi addormento col gatto di galalite all’orecchio.
Posso trovare il silenzio mandando pensieri altrove anche se sto tra molta gente, trovo un silenzio mentale, mi distraggo, avvolto da obnubilamenti, non ho più sedici anni, o forse ho sedici anni e ancora una radio piccola verde all’orecchio, e la voce di Francesco Carnelutti, di notte. Posso trovare silenzio tra le pagine di un libro nuovo o di un libro che torno a leggere, anche un libro che leggevo a sedici anni, o starmene davanti a una tela bianca che rimane bianca, allora ritrovo il silenzio che adottavo a sedici anni, anche col gatto verde con le manopole. Ma era silenzioso anche il gatto fatto di carne di gatto che gironzolava per casa, che si stendeva sul pavimento o faceva le fusa strusciando tra le gambe. O quando si lavava la faccia, mia zia diceva che il gatto annunciava la pioggia, avevano il gatto per barometro e per i topi. La zia guardava in alto, annusava l’aria e sapeva quando sarebbe arrivato lo scirocco, senza essere un gatto. Il gatto è silenzioso e pieno di pensieri suoi, mi son sempre chiesto a cosa pensa un gatto, visto che non pensa più ai topi, se non per gioco. Noi continuiamo a giocare come il gatto gioca con il topo senza essere gatti e senza pensare ai topi. Senza essere neanche topi. Il gatto di casa e i nasi di casa che annusavano l’aria facevano a meno di quei signori che fanno disegnini di nuvole di sole e di luna di pioggia e di mare alla televisione. Signora, mi perdoni questa tautologia dalla quale son preso oggi, è, come dire, il furor del far nell’arte, pennellate veloci d’istinto da pittore fauve, lei sa che proprio tale non sono, ma mi lascio prendere da certe frenesie di parole, Lei mi può capire.
L’anta del’armadio rompe con discrezione sui cardini ansanti di ruggine il silenzio dei suoi sacrari interni. Ecco qualche vestito di fustagno, il bastoncino di bambù o quello nero di malacca di mio padre. Un cappotto scuro di mia madre. Ora apro un armadio più moderno, ha due specchi, odoroso di cipria, accarezzo una stola di renard, la pinza di metallo simula la bocca della volpe che morde la sua coda, ha gli occhi rossi di vetro, mia zia l’indossò qualche volta.
Qualche volta. E qualche volta ci siamo storditi nell’odore di cipria dell’armadio, gli abiti si mantenevano rigidi come un plotone sull’attenti, si sentiva il rodere di qualche tarlo inebriato di legno impregnato di profumi. Poi ho avuto miei armadi. Ora non apro più una parte di armadi, non sento profumi.
Da quella parte dell’armadio c’è silenzio. Silenzio cantatore.
Omaggi, Signora. Le dedico Silenzioso slow, ricorda? Abbassa la tua radio, per favor...